La gestione delle risorse idriche, così come viene praticata oggi, soffre di due difetti di fondo: considera l’acqua una risorsa inesauribile e alla sua tutela antepone altri interessi, interessi consolidati che si sono trasformati in privilegi.
Il settore idrico è assolutamente dominato dal ‘lasciar fare’. Chiunque decida di scavare un pozzo o di piazzare una pompa lungo il fiume per prelevare acqua non trova alcun ostacolo. Ragion per cui anche le ordinanze straordinarie di limitazione del prelievo finiscono per incidere ben poco.
Ottenere il permesso al prelievo di acqua da falda o superficiale è una semplice formalità. Per anni, dopo la dichiarazione di appartenenza al demanio pubblico di tutte le acque superficiali e sotterranee, i Servizi tecnici di bacino non hanno potuto opporre alcun diniego alle domande di concessione in essere, mentre le nuove richieste venivano accettate con estrema facilità. Da tempo in Regione stiamo monitorando le domande e chiediamo che nei momenti di siccità le concessioni vengano revocate.
Purtroppo la normativa esistente non tutela a sufficienza le acque pubbliche e soprattutto non consente di limitare le forme di abuso. In alcuni casi si assiste a fenomeni di vera e propria mancanza di buon senso. Come definire altrimenti chi nei periodi siccitosi nelle ore più calde della giornata annaffia il giardino a pioggia?!
L’effetto di questo status quo è che in Emilia-Romagna i prelievi idrici totali sono in preoccupante aumento con valori pro capite ben superiori alla media europea. Nel 2007 nella nostra regione sono state prelevate acque per oltre 2.100 milioni di metri cubi divisi in 493 mln di metri cubi/anno per usi civili, 1.405 mln di metri cubi per l’agro-zootecnia e 233 mln di metri cubi per usi industriali.
Il risultato dell’uso indiscriminato di una risorsa così importante ha avuto come effetto il depauperamento dei fiumi, un fenomeno ben visibile anche in periodi di piovosità media.
In questo quadro e coi cambiamenti climatici in atto ciascuno deve fare la propria parte. Le istituzioni attraverso scelte tariffarie e controlli adeguati sui prelievi, il settore agricolo puntando su coltivazioni meno idroesigenti e le industrie attingendo per le lavorazioni acque meno pregiate. Risulta infatti inaccettabile che grandi aziende imolesi continuino ad attingere da falda quando nella nostra città esiste, caso raro in regione, un acquedotto industriale. E ancora: tutti ci presentano i bacini e le casse di espansione che si sono moltiplicati in questi anni come il rimedio alla siccità estiva, acqua da restituire al fiume quando le sue acque languono. Se però andiamo a vedere oggi i bacini, questi sono pieni, mentre il fiume no e chi s’è presa l’acqua se la tiene.
Senza un impegno di tutti e senza una regia di livello provinciale che riunisca le associazioni agricole e imprenditoriali, l’Autorità di bacino, Comuni e Provincia difficilmente sarà possibile trovare soluzioni a un problema che appena arriva l’autunno si dimentica in fretta ma che in estate si ripresenta in tutta la sua evidente urgenza e gravità. Quello fluviale è un ambiente di grande valore territoriale e turistico ancora oggi tutto sommato ben conservato e che per questo non deve essere sprecato.