Quand’è che la scuola italiana (una delle migliori d’Europa) ha cominciato a correre in discesa? Difficile ricordarlo con precisione, tanti sono stati i ministri ed i cattivi suggeritori che di volta in volta hanno scaricato sulla scuola le loro idee “moderniste” che poco avevano a che vedere con la realtà. Oggi, con la riforma del ministro Gelmini la storia, fatta di annunci roboanti e di risorse che non si vogliono investire, si ripete.
Sono arrivate le ore curriculari di 45 minuti, la “didattica breve”, i crediti formativi, i giudizi al posto dei voti, nel tempo sono spariti gli esami di riparazione, è stata abolita l’educazione civica e la geografia. Il tutto dall’oggi al domani, senza alcun coinvolgimento dei poveri insegnanti che hanno cercato di fare lo slalom tra tutte queste improvvise e disorganiche innovazioni.
I voti sono stati interpretati come punizioni, come uno strumento “flagellativo” nelle mani di “sadici” insegnanti che potevano così colpire gli alunni e le famiglie con lo spettro della bocciatura e non piuttosto il riconoscimento dell’assenza di un livello di sufficienza utile ad intraprendere il ciclo successivo. Perfino nei giochi al computer non si passa al livello successivo se non si è raggiunta una sufficiente abilità. Nella scuola no, segnalare una manchevolezza è pura cattiveria.
La scuola è diventata il ricettacolo di tutto ciò che la famiglia e la società non riescono più a comunicare ai giovani e dunque sono state introdotte l’educazione stradale, l’educazione sessuale, l’educazione alimentare, ambientale, l’educazione alla pace, per riempire la scuola di nuove materie labili, effimere e non curriculari, come se ciò servisse a colmare il vuoto lasciato dallo sfilacciamento delle vecchie ed utili materie.
La perdita principale è quella dell’abilità linguistica, che non è la conoscenza grammaticale ma la capacità di decodificare correttamente ed intelligentemente tutto ciò che sotto forma di neutra informazione ci viene scaricato addosso. Il risultato è che i giovani non sanno più leggere dietro le parole scoprendo i messaggi nascosti ma veri.
“Tenere” una classe non è lo stesso che gestire un bambino o un ragazzo, in una classe scattano meccanismi di gruppo che vanno orientati e gestiti. Pretendere l’impegno e la rispondenza alle regole è fondamentale, così come lo è poter valutare l’apprendimento. La scuola la fanno gli insegnanti eppure sulla loro formazione non si è investito. Mai, né da destra né da sinistra. L’insegnante ha bisogno di una forte difesa del ruolo, che gli siano riconosciute abilità e professionalità e non che i suoi giudizi vengano messi continuamente in discussione.
Se si vuole fare una vera riforma si parta da una analisi spassionata degli errori del passato e dal riconoscimento, anche economico, del ruolo dell’istruzione e degli insegnanti. Se non sarà così, a poco serviranno l’introduzione dell’educazione civica rispolverata come “conoscenza della Costituzione” (quella stessa Costituzione che il Governo di centrodestra cinge d’assedio), i grembiulini ed il colletto inamidato.
Daniela Guerra
Capogruppo Verdi per la pace
Regione Emilia-Romagna